mercoledì, 01 giugno 2005

di Daniela Tagliafico

C’era una volta un telegiornale importante che aveva una gloriosa storia professionale alle spalle e fior di direttori che l’avevano diretto.

A un certo punto questo telegiornale comincia a raccontare un’Italia che non c’è, un’Italia mutilata dei suoi problemi e delle sue spine. Un’Italia ammorbidita con il Vernel, politicamente impaninata e rivestita di una patina di gaudenza e istigazione ai consumi.

Chi lo dirige- questo telegiornale- non ammette critiche e si difende  rilanciando come un ping pong il primato degli ascolti. Chi lo confeziona- questo giornale- l’alverare giornalistico in tutte le sue articolazioni,dai fuchi alle api regine, prova a discutere, a ragionare,a contestare ma si accorge ben presto che sono saltate  le regole dello stato di diritto dell’informazione. Non c’è più un lessico comune giornalistico, quel lessico che aveva accompagnato la testata in tanti anni e l’aveva resa forte, al di là del susseguirsi delle direzioni e delle stagioni politiche.Quel lessico che fino a poco tempo prima , eppure il governo era sempre lo stesso,solo il direttore era diverso ( e si chiamava e si chiama  Albino Longhi) aveva scelto di mandare in onda le immagini dei pestaggio della polizia al G8 di Genova.

Il sangue comincia a indebolirsi, come quando, nelle grandi monarchie in declino,  si cercano le discendenze coi matrimoni tra consanguinei. Cominciano a circolare le tossine della castrazione del dibattito, delle emarginazioni professionali, della paura e quelle, ancora più pericolose, dell’autocensura.

Un giorno, sull’onda delle dimissioni di un vicedirettore, più della meta della redazione sottoscrive una sorta di decalogo professionale che sembrerebbe la noiosa dispensa di un banale corso di giornalismo se i tempi non fossero così corrosi da farlo sembrare un decalogo rivoluzionario.

Il decalogo così recita:

-Ripristino di una narrazione televisiva che veda, per quanto riguarda la pagina politica, non più il panino, ma la cronaca delle posizioni del governo e di tutti i partiti, scandita in una serie articolata di servizi che non debbano finire necessariamente con la posizione della maggioranza e del governo, ma snodarsi liberamente senza gabbie precostituite.

-Ritorno alle interviste, in tutti i settori. Troppo spesso utilizziamo solo battute, senza la mediazione giornalistica rappresentata dalle domande, che sono invece connotato irrinunciabile dell’esercizio della professione giornalistica. Il battutismo sta ormai riducendo l’informazione ad una marmellata, spesso incomprensibile, di dichiarazioni.

-Limitare e dichiarare sempre l’utilizzo delle immagini fornite dai partiti. Dobbiamo pretendere di lavorare con le nostre telecamere , qualunque sia il soggetto protagonista dell’evento. Usare “chiavi in mano” le riprese dei services che lavorano per partiti ( e che possono,in alcuni casi, dispiegare un grande potenziale organizzativo in termini di telecamere e mezzi tecnici) crea una condizione di squilibrio rispetto a quei soggetti che non sono in condizione di fare altrettanto. In questo modo diventiamo veicolo di una rappresentazione mediatica squilibrata.

-Recuperare tutte le risorse professionali della testata, senza discriminazioni, in un circuito completo che coniughi competenze ed energie.

-Aumentare la nostra capacità d analisi e racconto della società italiana, senza tabù e senza il timore di entrare in rotta di collisione con interessi o convenienze politiche. Lo strumento chiave è quello delle inchieste che devono tornare ad avere spazio all’interno delle edizioni principali dei telegiornali.

-Dare voce a chi non ce l’ha. Trovare spazio anche per quei soggetti – e sono numerosi- che non hanno visibilità mediatica perché schiacciati dai protagonisti istituzionali:dal volontariato all’associazionismo, ai fermenti della cultura e per quel mondo, fuori dai confini nazionali, che ha paura non solo del terrorismo, ma anche della fame e dell’Aids.

Il decalogo termina con una citazione di Papa Woytila che dice: un   giornalista deve “instillare in chi lo segue l’inquietudine per la libertà,  la sete di sapere sempre di più e di andare più a fondo nella comprensione delle vicende umane”.

 Il vicedirettore  , autore di questo decalogo, viene trasferito d’ufficio in un’altra testata senza che nessuno la chiami per chiederle delle spiegazioni. Ma intanto in quel telegiornale, come un fiume carsico che riemerge,circola  nuovamente la linfa vitale del confronto professionale ..

C’era una volta un’azienda  che comincia a perdere supremazia in molte sue articolazioni, dove la sua nomenklatura e le sue scelte strategiche sono filtrate dalla blindatura politica.

C’era una volta un’azienda dove  molti professionisti che hanno contribuito a  costruirne la storia, non lavorano più e dove le nuove generazioni vengono allevate con il tarlo della condiscendenza..  Non più il giornalismo che deve graffiare, ma nemmeno fare il solletico. Non più l’osare, ma l’assecondare.  

E questo non per una banale debolezza umana ma per un qualcosa di più profondo: è cambiato il rapporto tra politica e media. La politica ha perso le sue tradizionali forme di rappresentanza , l’impellenza mediatica sovrasta quella politica, il giornalistica non è più un soggetto che porta nel sistema informativo la sua dote di competenze, ma  un professionista, volontario o involontario, di amplificazione.

C’era un volta un gruppo  di giornalisti che decide di costituire una rete e chiamarla “schienadritta”.

Sono tanti e variegati. Nelle mail di adesione di questi giorni ricorrono parole , verbi  che la nostra memoria aveva archiviato:” progettare”, “sognare”, “discutere”.

In tutti c’è come la rivendicazione di un bisogno primordiale, quasi  animalesco:

quello di essere noi stessi e non dei replicanti di mediocrità, degli androidi costretti a rappresentare  un paese che non c’è, mentre quello vero corre molto più avanti delle nostre autoreferenzialità..

Quello che ci sta succedendo è qualcosa da non disperdere, che ci strappa da quel letargo dell’anima, prima ancora che della professione, dentro il quale ci siamo cacciati in questi anni.

Ho cominciato dicendo: c’era una volta.  La maturità, a volte, può anche consistere  nel credere nelle favole. E magari in qualche lieto fine.

postato da: schienadritta alle ore 16:09 | Permalink | commenti (3)
Commenti
#1    20 Giugno 2005 - 11:25
 
Se c'è bisogno di un blog per dare voce a giornalisti tanto competenti, la situazione è davvero preoccupante.
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#2    20 Giugno 2005 - 12:36
 
Visti i tempi che corrono la vostra si può considerare una scelta molto coraggiosa.Sono in tanti a credere che l'informazione in RAI si sia trasformata in un bollettino della maggioranza. Forse questa vostra iniziativa potrà smuovere le coscienze di qualcuno. Facciamo tornare il servzio pubblico ad essere tale e non una televisione governativa come è oggi. Spero solo che C.J.M. non vi metta nella lista "in partenza".
Baluba
utente anonimo

#3    30 Giugno 2005 - 11:27
 
Concordo per la libertà di espressione, ognuno deve dare le notizie così come sono in realtà, ma ciò deve valere in ogni senso e ogni direzione, senza faziosità.
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