Il sistema di radiodiffusione pubblica negli stati membri è direttamente collegato alle esigenze democratiche, sociali e culturali di ogni società,nonché all’esigenza di preservare il pluralismo dei mezzi di comunicazione
(Protocollo al trattato di Amsterdam dell'Unione Europea 1997)
Perché un’azienda con 1700 giornalisti, la Rai, dipende per l’approvvigionamento delle sue informazioni primarie da un’altra di soli 600, l’Ansa?
E’ la banalità di questa domanda che ci fa ben vedere il solco lungo cui vogliamo lavorare: natura e meccanismi del processo di produzione delle news in RAI.
Ma oggi, quale informazione fa la Rai?
Le non notizie sono ormai il pane quotidiano . Assistiamo ad una grave subordinazione delle ragioni stesse della nostra professione a gerarchie di informazioni ed informatori estranei ad una logica realmente professionale, a cominciare da un’ossessiva ambizione a inseguire l’Auditel. Quali informazioni deve dare il servizio pubblico? Tutte, rispondiamo con forza e decisione. Con quale criteri: l’attualità reale, l’utilità sociale, l’autonomia della selezione. Sono questi i tre paletti che vorremmo sempre nelle nostre redazioni.
Anche la moda, anche lo spettacolo, anche il gossip possono entrare a pieno diritto nel servizio pubblico informativo, a condizione che siano raccontati, analizzati, illustrati, perfino esibiti, ma sempre con un punto di vista critico, di chi vi ricerchi un senso e non un pretesto di immagine.
Per rendere competitiva e trasparente l’informazione del servizio pubblico il primo passo è l’innovazione di processo, prima ancora che di quella di prodotto. In questa fase il come fare è tanto importante quanto il cosa fare.
La modernizzazione del ciclo produttivo dell’informazione è il buco nero in cui rischia di cadere l’intero sistema radiotelevisivo italiano. In particolar modo, il suo segmento pubblico. Recuperare questo ritardo è il primo punto della nostra missione pubblica. Per questo è indispensabile dare un nuovo volto al modello giornalistico dell’azienda, riconfigurando lo schema a canne d’organo che segmenta e paralizza i 1.700 giornalisti della Rai, rendendoli tributari di altre fonti giornalistiche.
Il nostro obbiettivo è: riposizionare la Rai al centro del mercato della comunicazione veloce, perché è lì che si gioca la partita dell’autonomia e dello sviluppo del sistema paese . Una Rai che sia agenzia di senso del flusso informativo globale. Che insieme alla capacità di costituirsi in fonte primaria, si ponga anche come una grande fabbrica di contestualizzazione delle notizie, uno strumento di formazione del punto di vista italiana nel mondo e sul mondo.
Questo implica una completa ri modulazione del sistema produttivo delle news radiotelevisive: nuova procedure, nuove figure professionali, nuovi sistemi di business, che permettano all’azienda di rispondere alle nuove domande di committenza locale.
Un’informazione di senso, news e analisi, ha bisogno di un contesto di senso, di formule e linguaggi che possano parlare al paese nella sua interezza .Per questo, forzando i limiti della nostra esperienza professionale, ci spingiamo a ritenere essenziale per un servizio pubblico moderno anche un’ offerta generalista.
Ma chiediamoci pure:serve ancora il servizio pubblico? Meglio ancora : serve ancora l’offerta di contenuti televisivi e radiofonici organizzati da aziende pubbliche?
C’è chi ritiene che l’intervento pubblico- utile nel passato , nella fase nascente di una funzione ancora costosa e limitata - ora che i costi di produzione tendono a calare e le risorse trasmissive a moltiplicarsi, non serva più.
Noi siamo invece per un sì rinnovato a un qualificato intervento pubblico nel settore radiotelevisivo. Un intervento che sia oggi improntato allo sviluppo del sistema multimediale, alla liberalizzazione delle opportunità di ogni singolo soggetto, alla trasparenza dei linguaggi, e come antidoto ai nuovi rischi di prevaricazione da parte di oligopoli incombenti, nazionali ed esteri.
Quando rivendichiamo un nuovo protagonismo dell’intervento pubblico, pensiamo ad un soggetto innovativo, perché liberato dal soffocante abbraccio di un politicantismo che si sostituisce ad una buona politica, rispettosa dei confini professionali e degli interessi comuni.
Vogliamo, noi per primi, ripensare tutto: numero dei canali, offerta e processi produttivi. L’offerta così com’è oggi non risponde, infatti, più a nessun criterio, tanto meno quello di servizio, per di più pubblico. Va sbaraccata completamente l’organizzazione tripartita, pensata a metà degli anni Settanta, e rivisitata più volte, fino a costruire un ibrido indefinibile professionalmente, funzionale solo a rendere incerta la responsabilità, e sicure le carriere.
Almeno una Tv per la nazione multiculturale
Raccogliamo per questo la sfida della modernità. Non consideriamo un cedimento il confronto con i nuovi scenari. Proviamo ad immaginare cosa potrà accadere in un futuro dove- e i comportamenti dei nostri competitori privati bene lo illustrano- si sminuzzeranno palinsesti, prodotti, identità, per commercializzare singolarmente diritti, servizi, programmi, personaggi? In questo scenario prossimo venturo non sarebbe utile che accanto a chi, legittimamente, intende prosperare con le nuove opportunità del mercato,ci sia comunque chi debba farsi carico di una ricomposizione della comunità nazionale, alla quale si proponga almeno un luogo dove si possano mescolare informazione, narrazioni e linguaggi che non si comprano, che non si targetizzano, che non si conoscono ? Dove si possa ridurre sia la discriminazione di censo, sempre in agguato nella società affluente di comunicazione, fra chi può comprare il meglio e chi no. E , si possa anche sventare il rischio di un impoverimento da abbondanza, dove si rimanga recintati, isolati, nell’ambito dei propri menù. Una Tv juke box, dove il pubblico si aggreghi solo per gusti tribali, rigidi, separati.Dove non ci contamina e non ci mescola. Un triste modo per superare la Tv generalista. Triste e pericoloso per l’integrazione sociale stessa, come i conflitti che divampano nelle città del mondo ci insegnano tutti i giorni.
Trasparenza e potenza dell’informazione, dunque, ma anche , socializzazione e dialettica dei linguaggi. E’ questa la TV che ci piace come giornalisti del servizio pubblico. Una Tv che crediamo utile , non certo esaustiva, per il paese.Anzi stimolatrice di altre esperienze, di altre soluzioni. Adulta e non protetta, capace immediatamente, di correggere,per aggiunta e non certo per sottrazione, il mercato che non si dovesse innovare.
E’ la televisione della sussidiarietà sociale. Un modo di essere al servizio della comunità e non dello stato. Tanto meno della politica.
L'Europa un progetto editoriale
Diciamo un servizio pubblico dolce, dove depositare la memoria di sé, per raccontarla infinite volte, e in forme diverse.. Un luogo capace di intrecciare le molteplici identità che stiamo via via assumendo. Poiché siamo al contempo cittadini di comuni, di regioni sempre più autonome, del nostro Stato e dell'Europa.
Per consolidare l’idea di Europa, inoltre, il servizio pubblico può essere quella base materiale che fu la Ceca per i sogni di de Gasperi e Schumann : un mix di interessi e convergenze su cui costruire una cultura della comunità. L’ Europa è l’ambito in cui può diventare plausibile un progetto culturale e industriale nel campo della comunicazione. Lo è stato per i telefonini di Nokia o per i servizi mobili di Vodafone.Si tratta di vedere la TV come una specificità europea, un terreno dove, a differenza che negli Usa, sono i contenuti e determinare le forme e le tecnologie. Questa è la grande battaglia.
Un progetto europeo come quello delineato risulterebbe, inoltre, coerente con i nuovi scenari internazionali, dove anche per le news si disegnano strategie di forte centralizzazione, come appare evidente dalle decisioni adottate dal gruppo Murdoch. Come giornalisti non possiamo non percepire come centrale il rapporto fra le soluzioni nazionali ed europea e i trends globali, per ritrovare le ragioni di una vera competizione di servizio, ossia di un protagonismo professionale che permetta al sistema paese di competere con tutte le sue filiere d’interessi sul mercato globale.
L'informazione del servizio pubblico: più competenti, più trasparenti
Il dibattito avviatosi sul destino della Rai troppe volte ha risentito della mancanza di un quadro di riferimento internazionale. Troppo spesso si è discusso infatti di un servizio pubblico inteso come una delle categorie del sistema politico nazionale , e non come uno dei punti più esposto alla competitività internazionale del sistema industriale interno.
Solo infatti valutando i nuovi processi di moltiplicazioni delle piattaforme e di centralizzazione delle fonti produttive, possiamo comprendere quale asset possa rappresentare la massa critica della Rai per un paese che non voglia rimanere subalterno sul decisivo mercato dell’informazione multimediale.
Pensiamo solo alla possibilità di orientare i nuovi mercati della telefonia mobile, o di non subire passivamente l’evoluzione dei comportamenti sociali che la trasformazione dei consumi audiovisivi nelle forme on demand determinano nei target più giovani e dinamici.
Torna qui il binomio competitività e trasparenza. Anzi competitivi perché trasparenti. Crediamo , infatti,che non noi, non la nostra categoria, ma il paese, la comunità nazionale che con l’informazione lavora e compete, abbiano bisogno di certezze di fronte all’ingigantirsi del ruolo della comunicazione. Ci convince , in questo, il modello americano, dove ruoli, funzioni, e professionalità, sono saldamente ancorati ad obblighi di legge, a norme che impongono come un dovere- vedi il comunication act- la trasparenza, l’autonomia, la buona fede professionale. L’informazione è cosa troppo importante per lasciarla alle opportunità degli equilibri elettorali. Ma è pur sempre un mestiere troppo complesso e delicato per escluderne giornalisti ed utenti dalla sua architettura. Noi vogliamo esserci: competenti e trasparenti.
Naturalmente da quanto esposto sinora, si deduce che non è indifferente – per la realizzazione della missione - quale sia la struttura e la “proprietà” della Rai. Se assumiamo come punto fondante della missione, la libertà di informazione e per questa la ricerca “dell’eccellenza”, ci dobbiamo interrogare su quale tipo di struttura possa essere più idonea a raggiungere tale obiettivo, senza dimenticare, come è giusto che sia per un gruppo dirigente, di porre il problema delle risorse. E’ del tutto evidente che non è ipotizzabile un livello del canone sufficiente a garantire da solo le risorse di un’azienda dalle dimensioni di quella attuale. Del resto, le stesse direttive europee impongono una rimodulazione della struttura dei costi, delle risorse e delle attività. Un’operazione senza dubbio complessa, ma che se realizzata non per singoli comparti e strutture, ma attraversando l’intera offerta, può avere il pregio di ridare la necessaria visione globale e unitaria al servizio pubblico riformato.


